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Le Corbusier tra luci ed ombre, ovvero il fascino della contraddizione


Sono stata devotamente in visita a Ville Savoye a Poissy durante il mio recente viaggio in Francia. È un luogo iconico per qualsiasi appassionato di architettura e non mi ha delusa.


Appare magnifica e senza tempo, bianca e perfetta, impossibile guardarla e pensare a una costruzione del 1931 specie se riflettiamo sulle condizioni abitative del nostro paese tra le due guerre .

Ci sta dietro tanto pensiero, teoria e progettazione e rappresenta l’apice della sperimentazione di Le Corbusier in quegli anni (si può leggere tra i post  anche il mio scritto su Citè Fruges, quartiere operaio costruito da "Corbu" fuori Bordeaux).


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Aree divise per funzioni, acqua calda e più bagni privati a disposizione, studio della luce in relazione alle stagioni, armonia di pieni e vuoti, uso del colore personalizzato in ogni stanza, percorsi interni fluidi e sdoppiati, dedicati alternativamente al personale di servizio oppure alla famiglia, garage integrato, una scala interna che è una vera opera d'arte, l'idea - del tutto innovativa - del tetto piatto che diventa giardino… 


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Quella che Le Corbusier definì una “macchina perfetta per abitare” affascina e cattura diventando un'esperienza estetica forte. Guardate solo la chaise longue della stanza da bagno padronale: ancora oggi il disegno del 1928 è prodotto da Cassina nella famosa poltrona LC4 ed è oggetto di design senza tempo.


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Eppure la villa fu definita "inabitabile" dai committenti, in una famosa lettera all'architetto di solo qualche anno successiva alla consegna. 

Come sempre le contraddizioni mi affascinano. Cosa rese inabitabile la perfezione?


Sono stati  certamente i problemi tecnici incontrati: la casa presentava infiltrazioni d'acqua dal soffitto e dalle terrazze, spifferi causati dallo scarso isolamento delle grandi finestre, condensa e umidità elevata all’interno, un impianto di riscaldamento insufficiente rispetto alle enormi superfici vetrate, tutte cose che rendevano l'ambiente poco confortevole soprattutto nei periodi freddi o piovosi.

 La  famiglia Savoye si lamentava inoltfe di come il ticchettio della pioggia sui lucernari e la luce eccessiva che entrava in casa fin dal primo mattino disturbasse il loro sonno. 


Però ciò che mi colpisce è la totale incapacità di ascolto di Le Corbusier rispetto a queste precise istanze della famiglia, che non solo non vennero recepite ma vennero trattate con sufficienza se non addirittura derise. 

L”architetto non accettò neppure la richiesta di schermare la luce attraverso tende su binari, perche' questo intervento avrebbe rovinato l'estetica generale.

Così la facoltosa famiglia Savoye preferì rientrare nella residenza parigina, la villa cadde in totale abbandono e fu occupata dalle forze militari durante la guerra, solo un appello di intellettuali, capitanati dallo stesso Le Corbusier, la salvò dalla demolizione (!) quando il governo di Poissy ne mutò la destinazione d’uso per far edificare sul terreno un grande istituto scolastico a servizio di tutta la regione (che infatti ho visto, un vero e proprio campus tuttora attivo e costruito lì a due passi, ai confini de giardino della villa).


L”uomo che aveva inventato l’unite' de habitation per rispondere ai bisogni dell'essere umano della modernità, che professava l”incontro tra architettura e natura, che aveva ideato il modulor come unità di misura ideale basata sul corpo umano all’interno del suo spazio, continuando così la ricerca di un'armonia sempre ambita nell'arte, dai greci alla sezione aurea, non era stato assolutamente in grado di superare il proprio narcisismo autoreferenziale.


Una casa costruita su pilastri fa sentire l’essere umano sradicato, lo avvicina al Cielo, Padre spirituale, ma lo allontana dalla Terra, Madre e fonte della nostra sicurezza interiore;  


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ogni geometria bianca e perfetta alla fine si trasforma in rigidità e risulta fredda e impersonale come il Metallo, costruendo una gabbia e suscitando uno spaesamento in chi abita quelle forme;

Il nostro benessere interiore ha bisogno di luce ma anche di ombra, è questo l'eterno insegnamento dello yin e dello yang: luce per esprimersi, attivarsi e metterci in luce, ombra per ritirarsi nel profondo della nostra interiorità e trovare il modo giusto e rilassato per riflettere sulla nostra crescita interiore, scopo di ogni esistenza;

l'elemento Acqua, essenziale alla vita, è potente e scende in ogni profondità e va gestito e contenuto per evitare che umidità e muffe diventino i peggiori nemici della salute e del benessere psicofisico.


E' così che una costruzione come Ville Savoye diventa un'esperienza estetica unica, la fotografia del momento in cui l'architettura fa un salto in avanti che, piaccia o meno, influenzerà tutta l'urbanistica della ricostruzione postbellica, quando il cemento armato diverrà assoluto protagonista e avrà il merito di dare un tetto sulla testa in tempi prima impensabili ai milioni di persone scampate dai bombardamenti: salvo poi approdare al brutalismo di cui molto si parla in questi anni, affrontando finalmente una revisione critica che l'architettura ha stentato a fare per molto tempo.


Per tutti questi motivi Ville Savoye è un vero e proprio manifesto architettonico ma ha fallito in quello che ogni casa, piccola o grande, ricca o modesta ha il compito d'essere: un luogo a misura dei bisogni individuali delle donne e degli uomini che la abitano.

 

 

 

 
 
 

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